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La cura.

L’autunno e l’inverno portarono molta acqua.
La terra si coprì spontaneamente d’erba, quasi volesse proteggersi. Sotto quel manto, l’acqua penetrava lentamente nel suolo e la vita continuava il suo lavoro invisibile.

Poi venne la primavera.
Mite, piovosa, generosa nella crescita della vite.
Ma insieme alla vita arrivò anche la fragilità.

La peronospora ci chiese attenzione.
Ogni giorno.
Fu allora che la vigna ebbe bisogno di noi.

L’abbiamo osservata, accompagnata, protetta. Senza forzarla. Cercando, come sempre, di intervenire soltanto quanto necessario.

Poi arrivò luglio.
Per quasi cinquanta giorni il cielo si chiuse alla pioggia. Le temperature raggiunsero spesso i 38, talvolta i 40 gradi.

Ma sotto la terra c’era ancora l’acqua dell’inverno.
E sopra la terra c’era il nostro lavoro.

Abbiamo protetto foglie e grappoli dal sole, anche con un sottile velo di zeolite, perché gli acini potessero continuare il loro cammino senza essere feriti dal calore.

Poi il tempo cambiò ancora.
Tornarono la pioggia e il sole.
La maturazione rallentò e ritrovò il proprio passo.

Alla fine di settembre arrivarono tre giornate luminose. Tre giorni soltanto, sufficienti a dare alla vite l’ultimo impulso verso la maturità.

E cominciammo a raccogliere.
Prima nei suoli più ricchi di argilla, poi in quelli sabbioso-argillosi, infine dove il calcare affiora e l’argilla si fa più sottile.

Vigna Anfiteatro aprì la vendemmia.
Vigna Melo arrivò più tardi, seguendo ancora una volta il proprio tempo.
La 2024 ci ha ricordato che rispettare la natura non significa abbandonarla a se stessa.

Significa conoscerla.
Osservarla.
E quando serve, esserci.

Perché prendersi cura della terra significa prima di tutto saperla ascoltare.

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